Alienati mentali, matti, deficienti, cretini, idioti, ebeti, imbecilli. Diagnosi mediche di un tempo, offese di oggi. Spesso sentiamo dire che il linguaggio è neutro e che non contano i termini che utilizziamo, ma solo le intenzioni che muovono il nostro parlare. Eppure, la nostra cultura seppur secolarizzata ha dato fondamentale rilevanza, nella storia, alla “Parola” del “Libro” e al “Logos” greco. Dio nella Genesi chiama all’esistenza attraverso la parola e anche i nostri processi odierni di identificazione e riconoscimento dell’ altro si attuano tramite categorie, etichette, slogan e hashtag. Omero nella “sua” Odissea ci dimostra come il nostro chiamare l’altro, lo faccia anche esistere, in parte lo “crei”: nominare qualcuno come “nessuno”, infatti, porta alla sparizione del soggetto stesso. Parlare seriamente di diversità è un compito complesso, ma da affrontare necessariamente. I movimenti storici dell’ anti-psichiatria e della psichiatria democratica fecero del dialogo tra discipline diverse il cuore della propria metodologia d’approccio alle complessità pratiche e concettuali del periodo. Una grande intuizione dell’epoca, forse da riscoprire, fu quella di attingere all’approccio fenomenologico per mettere tra parentesi il pensiero forte, costituito da paradigmi rigidi di categorizzazione con cui si esprimeva la medicina ed in particolar modo la psichiatria tradizionale. Incontrare davvero il diverso, incontrare l’Altro, significa invece sforzarsi a non inglobarlo in forme predefinite. Se in passato la stigmatizzazione avveniva rinchiudendo e usando violenza fisica, oggi in un mondo apparentemente sdoganato da tali pratiche resta fortemente presente, anche in forme inconsce, il marchio concettuale verso la “devianza” mentale e corporale. Seppur il “diverso” nella riflessione attuale possa appartenere a varie categorie dell’ umano, ciò che chiamiamo “disabilità” ricopre ancora un ruolo centrale all’interno di tale ambito, poiché spesso caratterizzata da un’”esteriorità disturbante” in grado di scuoterci. Che sia una anomalia corporea o un atteggiamento “non comune” a porsi davanti a noi, il nostro organismo attiva una risposta quasi istintuale che generalmente oscilla tra due sentimenti opposti, eppure vicini, come la pietà e la paura. Questa reazione quasi immediata dinanzi all’ esteriorità altrui è il primo incontro con un altro che ancora non si pone davvero come soggetto (e quindi come Altro), ma rimane ancorato al ruolo di oggetto del mio stupore. Come è possibile, all’interno di questa complessità, costruire una relazione autentica? Bisognosi di orientarci all’interno di una domanda di senso che non facilmente trova risposta, la proposta che condivido con voi è quella di partire proprio dalla cura delle parole. Curare il linguaggio significa prendersi cura di quelle idee che ci inseriscono in un contesto di significato, in un mondo sensato. Immersi nella comunicazione iperbolica, veniamo “bombardati” da termini che non siamo più in grado di controllare davvero. È necessario dunque soffermare la nostra attenzione sulle parole, poiché in esse risiede il nostro potere di “dire il mondo”, di affermarlo, di renderlo presente. Alda Merini racconta con la poesia, con il potere delle parole ricercate, la sua esperienza manicomiale. Nel fare questo, ricorda con affetto la figura di Basaglia come “l’eterno soccorritore”. Un soccorso il suo che fece cambiare la prospettiva, il modo di parlare della e sulla salute mentale, fino a far comprendere quella “cosa più inaudita” che tanti “malati, malati non lo erano mai stati”. Curare le parole, dunque, per educare che prima di ogni cosa c’è la persona, il suo nome, la sua storia. Proprio come Alda, donna innamorata e speranzosa di un futuro diverso.

La cura delle idee, la cura delle parole. Ripensare la diversità

Edoardo Ghezzani
In corso di stampa

Abstract

Alienati mentali, matti, deficienti, cretini, idioti, ebeti, imbecilli. Diagnosi mediche di un tempo, offese di oggi. Spesso sentiamo dire che il linguaggio è neutro e che non contano i termini che utilizziamo, ma solo le intenzioni che muovono il nostro parlare. Eppure, la nostra cultura seppur secolarizzata ha dato fondamentale rilevanza, nella storia, alla “Parola” del “Libro” e al “Logos” greco. Dio nella Genesi chiama all’esistenza attraverso la parola e anche i nostri processi odierni di identificazione e riconoscimento dell’ altro si attuano tramite categorie, etichette, slogan e hashtag. Omero nella “sua” Odissea ci dimostra come il nostro chiamare l’altro, lo faccia anche esistere, in parte lo “crei”: nominare qualcuno come “nessuno”, infatti, porta alla sparizione del soggetto stesso. Parlare seriamente di diversità è un compito complesso, ma da affrontare necessariamente. I movimenti storici dell’ anti-psichiatria e della psichiatria democratica fecero del dialogo tra discipline diverse il cuore della propria metodologia d’approccio alle complessità pratiche e concettuali del periodo. Una grande intuizione dell’epoca, forse da riscoprire, fu quella di attingere all’approccio fenomenologico per mettere tra parentesi il pensiero forte, costituito da paradigmi rigidi di categorizzazione con cui si esprimeva la medicina ed in particolar modo la psichiatria tradizionale. Incontrare davvero il diverso, incontrare l’Altro, significa invece sforzarsi a non inglobarlo in forme predefinite. Se in passato la stigmatizzazione avveniva rinchiudendo e usando violenza fisica, oggi in un mondo apparentemente sdoganato da tali pratiche resta fortemente presente, anche in forme inconsce, il marchio concettuale verso la “devianza” mentale e corporale. Seppur il “diverso” nella riflessione attuale possa appartenere a varie categorie dell’ umano, ciò che chiamiamo “disabilità” ricopre ancora un ruolo centrale all’interno di tale ambito, poiché spesso caratterizzata da un’”esteriorità disturbante” in grado di scuoterci. Che sia una anomalia corporea o un atteggiamento “non comune” a porsi davanti a noi, il nostro organismo attiva una risposta quasi istintuale che generalmente oscilla tra due sentimenti opposti, eppure vicini, come la pietà e la paura. Questa reazione quasi immediata dinanzi all’ esteriorità altrui è il primo incontro con un altro che ancora non si pone davvero come soggetto (e quindi come Altro), ma rimane ancorato al ruolo di oggetto del mio stupore. Come è possibile, all’interno di questa complessità, costruire una relazione autentica? Bisognosi di orientarci all’interno di una domanda di senso che non facilmente trova risposta, la proposta che condivido con voi è quella di partire proprio dalla cura delle parole. Curare il linguaggio significa prendersi cura di quelle idee che ci inseriscono in un contesto di significato, in un mondo sensato. Immersi nella comunicazione iperbolica, veniamo “bombardati” da termini che non siamo più in grado di controllare davvero. È necessario dunque soffermare la nostra attenzione sulle parole, poiché in esse risiede il nostro potere di “dire il mondo”, di affermarlo, di renderlo presente. Alda Merini racconta con la poesia, con il potere delle parole ricercate, la sua esperienza manicomiale. Nel fare questo, ricorda con affetto la figura di Basaglia come “l’eterno soccorritore”. Un soccorso il suo che fece cambiare la prospettiva, il modo di parlare della e sulla salute mentale, fino a far comprendere quella “cosa più inaudita” che tanti “malati, malati non lo erano mai stati”. Curare le parole, dunque, per educare che prima di ogni cosa c’è la persona, il suo nome, la sua storia. Proprio come Alda, donna innamorata e speranzosa di un futuro diverso.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11568/1270787
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