Propria dell’ uomo è l’azione dell’abitare. A differenza degli oggetti che “stanno” nel mondo, l’ essere umano vive lo spazio, dà e cerca un senso all’interno delle cose, abita (Petrosino, 2023). La nostra camera, i nostri ricordi, le nostre relazioni non sono solamente poste, ma attraversate e caricate di ciò che solo noi, come soggetti, scoviamo nel mondo. La velocità che contraddistingue l’oggi, non più segnato dal tempo dell’orologio, ma da quello di un AI che in un secondo elabora milioni di dati, fa sentire però l’uomo incapace di dare senso a ciò che lo circonda. Come marinai di una “nave in tempesta”(Basaglia, 1977), oscilliamo tra le onde di un presente fuggevole e difficile da manovrare. Eppure, se tornare indietro non può essere una soluzione, lo sguardo al passato, consapevoli di “camminare sulle spalle dei giganti”(Cantalamessa, 2014), risulta essere un esercizio necessario per ripensare l’oggi. Infatti, l’inquietudine, lo spaesamento e l’incertezza accompagnano la storia dell’ essere umano fin dalla nascita della cultura e del pensiero. L’Occidente, sia all’interno del mondo greco che nella prospettiva biblica, rimarca con forza la finitudine dell’uomo, il limite proprio di un essere che per quanto sia ad “immagine e somiglianza di Dio”, non sarà mai Dio. Una “creatura” il cui peccato più grande è quello di “hybris”, il tentare di superare quel limite che è per natura invalicabile. Il presente, figlio di una tecnologia che si spinge sempre più avanti e che “gioca” a fare Dio, sembra nascondere il lato più umano dell’uomo stesso, la sua finitezza. I “mortali” vivono come se non dovessero morire mai. Da qui la necessità di una riflessione che, guardando al passato e sospendendo momentaneamente il caotico fluire del tempo odierno, possa far riscoprire il significato profondo del limite (Fabris, 2022), non come confine, ma come punto di partenza per “progettare”. Riappropriarsi dei propri confini significa comprendere che incertezza, inquietudine e sofferenza non sono patologie odierne, ma elementi costitutivi della vita umana. Momenti che dobbiamo reimparare ad abitare, attraversare, vivere per aprire nuove possibilità di interpretare l’oggi. Ma da dove iniziare? Dall’educazione. Educare all’incertezza, all’inquietudine, all’ansia (Galanti, 2008). Educare che proprio a partire da questi momenti nasce con forza la volontà di dare senso al mondo.

Abitare l’ incertezza. Riscoprirsi umani.

Edoardo Ghezzani
In corso di stampa

Abstract

Propria dell’ uomo è l’azione dell’abitare. A differenza degli oggetti che “stanno” nel mondo, l’ essere umano vive lo spazio, dà e cerca un senso all’interno delle cose, abita (Petrosino, 2023). La nostra camera, i nostri ricordi, le nostre relazioni non sono solamente poste, ma attraversate e caricate di ciò che solo noi, come soggetti, scoviamo nel mondo. La velocità che contraddistingue l’oggi, non più segnato dal tempo dell’orologio, ma da quello di un AI che in un secondo elabora milioni di dati, fa sentire però l’uomo incapace di dare senso a ciò che lo circonda. Come marinai di una “nave in tempesta”(Basaglia, 1977), oscilliamo tra le onde di un presente fuggevole e difficile da manovrare. Eppure, se tornare indietro non può essere una soluzione, lo sguardo al passato, consapevoli di “camminare sulle spalle dei giganti”(Cantalamessa, 2014), risulta essere un esercizio necessario per ripensare l’oggi. Infatti, l’inquietudine, lo spaesamento e l’incertezza accompagnano la storia dell’ essere umano fin dalla nascita della cultura e del pensiero. L’Occidente, sia all’interno del mondo greco che nella prospettiva biblica, rimarca con forza la finitudine dell’uomo, il limite proprio di un essere che per quanto sia ad “immagine e somiglianza di Dio”, non sarà mai Dio. Una “creatura” il cui peccato più grande è quello di “hybris”, il tentare di superare quel limite che è per natura invalicabile. Il presente, figlio di una tecnologia che si spinge sempre più avanti e che “gioca” a fare Dio, sembra nascondere il lato più umano dell’uomo stesso, la sua finitezza. I “mortali” vivono come se non dovessero morire mai. Da qui la necessità di una riflessione che, guardando al passato e sospendendo momentaneamente il caotico fluire del tempo odierno, possa far riscoprire il significato profondo del limite (Fabris, 2022), non come confine, ma come punto di partenza per “progettare”. Riappropriarsi dei propri confini significa comprendere che incertezza, inquietudine e sofferenza non sono patologie odierne, ma elementi costitutivi della vita umana. Momenti che dobbiamo reimparare ad abitare, attraversare, vivere per aprire nuove possibilità di interpretare l’oggi. Ma da dove iniziare? Dall’educazione. Educare all’incertezza, all’inquietudine, all’ansia (Galanti, 2008). Educare che proprio a partire da questi momenti nasce con forza la volontà di dare senso al mondo.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11568/1273627
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