L’intelligenza artificiale costituisce un tema caldo della riflessione tecnologica, sociale e filosofica del nostro tempo; l’etica, in particolare, sta attenzionando rigorosamente gli impieghi, le implicazioni, i benefici e le evoluzioni di tale mastodontica tecnologia. Il dualismo tra caos e ordine attraversa l’intera tradizione filosofica, da Eraclito a Kant, fino a Jung e alla sua teoria dell’integrazione dell’inconscio (Jung, 1977). Ebbene, l’intelligenza artificiale generativa in certa misura incarna questa tensione in modo paradigmatico: se da una parte i large language model tramutano il disordine dei dati in strutture predittive organizzate (Shannon, 1948), evocando una idea di cosmos come ordine intelligibile, dall’altra parte il funzionamento stesso delle reti neurali introduce inediti livelli di caos (Mitchell, 2019), sia epistemico che ontologico, in quanto la questione della black box—dell’opacità assoluta e imprevedibilità dei processi decisionali (Burrell, 2016) —resta tra i problemi più grandi dell’AI. Ben lungi dall’esser mero strumento generativo, come molti “integrati” propendono a intenderla, l’intelligenza artificiale si presenta come un sistema in cui si realizzano forme di bilanciamento tra riduzione dell’entropia e generazione di forme di nuova complessità; e ciò solleva questioni profonde sulla natura del logos che l’AI generativa produce. Il pensiero di Carl Gustav Jung (1981) secondo cui il caos non è semplicemente disordine bensì potenziale creativo che, se integrato, conduce all’individuazione, ben si applica all’alchimia (Jung, 1981) entropia-logos nell’intelligenza artificiale poc’anzi suggerita—il confronto con la nigredo prima dell’oro della realizzazione: l’AI generativa, infatti, con la sua capacità di estrazione di pattern da una apparente casualità, si comporta come sorta di processo simbolico che media conscio e inconscio, noto e ignoto, creando—artificialmente generando, per meglio dire—strutture che rispecchino non tanto una autentica razionalità, ma piuttosto una costruzione simbolica del reale—pertanto, con dinamiche ed esiti vicini alla attività interpretativa e alla mitopoiesi. Se Jung intendeva il mito come ponte tra caos e cosmos, l’intelligenza artificiale generativa potrebbe essere intesa alla stregua di un nuovo costrutto mitopoietico: il tentativo umano di plasmare il disordine attraverso processi computazionali che, tuttavia, sfuggono a una piena comprensione umana. Viene da chiedersi, dunque, se quel cosmos artificialmente organizzato sia vero ordine o solo un’apparente razionalità celante un più intricato caos; in tal caso, il logos dell’AI generativa sarebbe prossimo più a una ben strutturata illusione che a una vera comprensione. In questo quadro, è ampio lo spazio per contribuire al discorso critico sulla rilevanza dell’intelligenza artificiale generativa nel “nostro” rapporto con la questione caos/ordine; e interrogare lo statuto filosofico dell’AI attingendo dalla tradizione metafisica occidentale e dalla psicologia analitica junghiana può rappresentare un tanto interessante quanto valido procedimento.

Dall’entropia al logos: l’Intelligenza Artificiale generativa tra χάος e κόσμος

Emanuele Fulvio Perri
Primo
In corso di stampa

Abstract

L’intelligenza artificiale costituisce un tema caldo della riflessione tecnologica, sociale e filosofica del nostro tempo; l’etica, in particolare, sta attenzionando rigorosamente gli impieghi, le implicazioni, i benefici e le evoluzioni di tale mastodontica tecnologia. Il dualismo tra caos e ordine attraversa l’intera tradizione filosofica, da Eraclito a Kant, fino a Jung e alla sua teoria dell’integrazione dell’inconscio (Jung, 1977). Ebbene, l’intelligenza artificiale generativa in certa misura incarna questa tensione in modo paradigmatico: se da una parte i large language model tramutano il disordine dei dati in strutture predittive organizzate (Shannon, 1948), evocando una idea di cosmos come ordine intelligibile, dall’altra parte il funzionamento stesso delle reti neurali introduce inediti livelli di caos (Mitchell, 2019), sia epistemico che ontologico, in quanto la questione della black box—dell’opacità assoluta e imprevedibilità dei processi decisionali (Burrell, 2016) —resta tra i problemi più grandi dell’AI. Ben lungi dall’esser mero strumento generativo, come molti “integrati” propendono a intenderla, l’intelligenza artificiale si presenta come un sistema in cui si realizzano forme di bilanciamento tra riduzione dell’entropia e generazione di forme di nuova complessità; e ciò solleva questioni profonde sulla natura del logos che l’AI generativa produce. Il pensiero di Carl Gustav Jung (1981) secondo cui il caos non è semplicemente disordine bensì potenziale creativo che, se integrato, conduce all’individuazione, ben si applica all’alchimia (Jung, 1981) entropia-logos nell’intelligenza artificiale poc’anzi suggerita—il confronto con la nigredo prima dell’oro della realizzazione: l’AI generativa, infatti, con la sua capacità di estrazione di pattern da una apparente casualità, si comporta come sorta di processo simbolico che media conscio e inconscio, noto e ignoto, creando—artificialmente generando, per meglio dire—strutture che rispecchino non tanto una autentica razionalità, ma piuttosto una costruzione simbolica del reale—pertanto, con dinamiche ed esiti vicini alla attività interpretativa e alla mitopoiesi. Se Jung intendeva il mito come ponte tra caos e cosmos, l’intelligenza artificiale generativa potrebbe essere intesa alla stregua di un nuovo costrutto mitopoietico: il tentativo umano di plasmare il disordine attraverso processi computazionali che, tuttavia, sfuggono a una piena comprensione umana. Viene da chiedersi, dunque, se quel cosmos artificialmente organizzato sia vero ordine o solo un’apparente razionalità celante un più intricato caos; in tal caso, il logos dell’AI generativa sarebbe prossimo più a una ben strutturata illusione che a una vera comprensione. In questo quadro, è ampio lo spazio per contribuire al discorso critico sulla rilevanza dell’intelligenza artificiale generativa nel “nostro” rapporto con la questione caos/ordine; e interrogare lo statuto filosofico dell’AI attingendo dalla tradizione metafisica occidentale e dalla psicologia analitica junghiana può rappresentare un tanto interessante quanto valido procedimento.
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