Se la democrazia presuppone un dèmos capace di costruire e riconoscere la propria identità entro uno spazio simbolico condiviso, articolato nella parola, la letteratura ha da sempre costituito uno dei dispositivi privilegiati di tale riconoscimento, configurandosi come luogo etico in cui l’incontro con l’Altro si realizza nella distanza costitutiva fra testo e lettore. In questa prospettiva, la lettura è stata definita pratica di democrazia letteraria, ovvero come esercizio di pluralismo e responsabilità interpretativa. Con gli oramai ubiqui modelli multimodali AI-based si è stati coattamente tirati in una trasformazione degli spazi dell’abitare tecnologico ove agenti autonomi riorganizzano ambienti simbolici e relazionali. In tal quadro, la produzione creativa autonomizzata—la generazione senza agente—logora la struttura della mediazione, alterando in toto l’ecosistema comunicativo: con “l’opera” che si dà come output di un sistema, l’autorialità si rarefà in volatilissima statistica, e la relazione tende a ridursi a interazione adattiva. Nella società del rischio e dell’incertezza inauditi, i foundation model producono forme di simulazione che incidono sull’identità e sulla fiducia pubblica: deepfake e contenuti sintetici destabilizzano il nesso parola-responsabilità, con dinamiche estese financo alle sfere politica e informativa, ove la “algoritmizzazione” incide tristemente sulla qualità del dibattito democratico e introduce interferenze di portata unica. Quanto affermiamo è che la delega della produzione simbolica ai foundation model prepari una coniuratio artificialis contro il dèmos, non per immoralità—l’etica nei modelli AI è stocastica quanto la loro natura—, bensì per la scelta umana di delegare tutto, che pare un atto di deresponsabilizzazione collettiva, e peggio; così, la humanitas—già risentente della trasformazione antropologica del digitale—rischia di ridursi a variabile computabile. Assassinare la “democrazia letteraria” significa, dunque, stroncare la dinamica etica che rende possibile il sensemaking, e la libertà di arbitrio si converte in strumento di svuotamento simbolico: l’interprete sceglie deliberatamente—un atto democratico—di esimersi della agency interpretativa (ergo etica) —un “democricidio”. Allora, ripensare il rapporto fra letteratura, AI generativa e democrazia esorta a reinscrivere la tecnica entro orizzonti di responsabilità condivisa, giacché l’eclissi del dèmos non è obbligo tecnologico, ma conseguenza di comodissime forme ultramoderne di accidia.
I foundation model e la «democrazia letteraria»: “de coniuratione artificiali”
Emanuele Fulvio Perri
Primo
In corso di stampa
Abstract
Se la democrazia presuppone un dèmos capace di costruire e riconoscere la propria identità entro uno spazio simbolico condiviso, articolato nella parola, la letteratura ha da sempre costituito uno dei dispositivi privilegiati di tale riconoscimento, configurandosi come luogo etico in cui l’incontro con l’Altro si realizza nella distanza costitutiva fra testo e lettore. In questa prospettiva, la lettura è stata definita pratica di democrazia letteraria, ovvero come esercizio di pluralismo e responsabilità interpretativa. Con gli oramai ubiqui modelli multimodali AI-based si è stati coattamente tirati in una trasformazione degli spazi dell’abitare tecnologico ove agenti autonomi riorganizzano ambienti simbolici e relazionali. In tal quadro, la produzione creativa autonomizzata—la generazione senza agente—logora la struttura della mediazione, alterando in toto l’ecosistema comunicativo: con “l’opera” che si dà come output di un sistema, l’autorialità si rarefà in volatilissima statistica, e la relazione tende a ridursi a interazione adattiva. Nella società del rischio e dell’incertezza inauditi, i foundation model producono forme di simulazione che incidono sull’identità e sulla fiducia pubblica: deepfake e contenuti sintetici destabilizzano il nesso parola-responsabilità, con dinamiche estese financo alle sfere politica e informativa, ove la “algoritmizzazione” incide tristemente sulla qualità del dibattito democratico e introduce interferenze di portata unica. Quanto affermiamo è che la delega della produzione simbolica ai foundation model prepari una coniuratio artificialis contro il dèmos, non per immoralità—l’etica nei modelli AI è stocastica quanto la loro natura—, bensì per la scelta umana di delegare tutto, che pare un atto di deresponsabilizzazione collettiva, e peggio; così, la humanitas—già risentente della trasformazione antropologica del digitale—rischia di ridursi a variabile computabile. Assassinare la “democrazia letteraria” significa, dunque, stroncare la dinamica etica che rende possibile il sensemaking, e la libertà di arbitrio si converte in strumento di svuotamento simbolico: l’interprete sceglie deliberatamente—un atto democratico—di esimersi della agency interpretativa (ergo etica) —un “democricidio”. Allora, ripensare il rapporto fra letteratura, AI generativa e democrazia esorta a reinscrivere la tecnica entro orizzonti di responsabilità condivisa, giacché l’eclissi del dèmos non è obbligo tecnologico, ma conseguenza di comodissime forme ultramoderne di accidia.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


