Muovendo dai percorsi biografici e letterari di due scrittori romeni, che hanno scelto l’espatrio nel nono decennio del Novecento, nel saggio sono state analizzate le molteplici, ancorché diverse valenze dell’esilio, insite in alcune opere letterarie di Norman Manea e Matei Vişniec – romanzi autobiografici, racconti, saggi e pièces di teatro –, ma anche in interviste uscite a stampa in Romania, Italia e Francia in volumi, riviste letterarie e giornali, che fanno emergere due modalità complementari di concepire la prosecuzione del proprio progetto letterario ed esistenziale in “terre aliene” (a New York e, rispettivamente, a Parigi). Dalla stessa prospettiva comparatistica, sul piano più marcatamente linguistico, il contributo è volto a illustrare nei medesimi scrittori due approcci differenti nella ricerca del radicamento e dell’appartenenza letteraria rispetto all’opzione per la lingua/le lingue assunta/e da ciascuno come veicolo della scrittura, vale a dire, in Manea per il monolinguismo (mantenimento della lingua madre, vivendo la traduzione come trauma) e in Vişniec per il bilinguismo (scrittura originale in due versioni linguistiche, fonte di un ipotizzabile felix exilium). L’analisi proposta indica il fatto che le opere dei due autori creano entrambe fertili dialoghi intertestuali con la letteratura di altri scrittori, anche se le finalità si presentano ancora una volta diverse: coerenti in Vişniec con precise funzioni di sperimentazione scenica e drammaturgica e di rappresentazione della storia recente dei regimi dittatoriali, secondo moduli che rivisitano il teatro dell’assurdo, mentre i “colloqui” ideali di Manea con Kafka, Celan, Canetti ecc. ripropongono ed estendono le connotazioni dell’esilio letterario e linguistico, come pure le variegate accezioni dell’esule – l’emarginato, il huligano, l’apolide, l’ebreo, il diverso ecc. –, a un orizzonte più vasto, mitteleuropeo ed europeo.
Valenze dell’esilio letterario negli anni ’80 del Novecento: Norman Manea e Matei Vişniec
DAVID, EMILIA
2013-01-01
Abstract
Muovendo dai percorsi biografici e letterari di due scrittori romeni, che hanno scelto l’espatrio nel nono decennio del Novecento, nel saggio sono state analizzate le molteplici, ancorché diverse valenze dell’esilio, insite in alcune opere letterarie di Norman Manea e Matei Vişniec – romanzi autobiografici, racconti, saggi e pièces di teatro –, ma anche in interviste uscite a stampa in Romania, Italia e Francia in volumi, riviste letterarie e giornali, che fanno emergere due modalità complementari di concepire la prosecuzione del proprio progetto letterario ed esistenziale in “terre aliene” (a New York e, rispettivamente, a Parigi). Dalla stessa prospettiva comparatistica, sul piano più marcatamente linguistico, il contributo è volto a illustrare nei medesimi scrittori due approcci differenti nella ricerca del radicamento e dell’appartenenza letteraria rispetto all’opzione per la lingua/le lingue assunta/e da ciascuno come veicolo della scrittura, vale a dire, in Manea per il monolinguismo (mantenimento della lingua madre, vivendo la traduzione come trauma) e in Vişniec per il bilinguismo (scrittura originale in due versioni linguistiche, fonte di un ipotizzabile felix exilium). L’analisi proposta indica il fatto che le opere dei due autori creano entrambe fertili dialoghi intertestuali con la letteratura di altri scrittori, anche se le finalità si presentano ancora una volta diverse: coerenti in Vişniec con precise funzioni di sperimentazione scenica e drammaturgica e di rappresentazione della storia recente dei regimi dittatoriali, secondo moduli che rivisitano il teatro dell’assurdo, mentre i “colloqui” ideali di Manea con Kafka, Celan, Canetti ecc. ripropongono ed estendono le connotazioni dell’esilio letterario e linguistico, come pure le variegate accezioni dell’esule – l’emarginato, il huligano, l’apolide, l’ebreo, il diverso ecc. –, a un orizzonte più vasto, mitteleuropeo ed europeo.| File | Dimensione | Formato | |
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