In tale articolo si intende mostrare come la definizione dello spazio (geografico) e del tempo (naturale) interagiscano con la riflessione filosofica illuministica sulla ragione, la sua storicità e le sue tappe di sviluppo. Il saggio chiarisce come nel Settecento francese convivano e spesso si intersechino due paradigmi temporali, che si riflettono vicendevolmente in due distinti paradigmi spaziali. Da un lato, si colloca infatti una concezione della storia – della linea del tempo – unica e pertanto univoca, capace di giustificare una sola storia dell’uomo, teleologicamente indirizzata; dall’altro invece l’unità della linea del tempo viene meno, frammentandosi in rivoli che danno origine a molteplici storie. Se la geografia, nel primo caso, altro non è che il riflesso della storia, nel secondo caso è piuttosto la storia a mutarsi in geografia, nella geografia che si espande non geograficamente ma intellettualmente – non in quantità ma in qualità. Si mostra allora come il passaggio da un livello di storicità all’altro – da una concezione della temporalità all’altra – sia mediato da un evento filosoficamente epocale: il terremoto di Lisbona del 1755, che ridefinisce i criteri stessi della temporalità e della sua pensabilità nella filosofia francese. Al fine di mostrare i tratti e i modelli della concezione della ragione umana e del suo sviluppo storico, si guarda a momenti peculiari della formazione dei due paradigmi: da un lato, alla filosofia di Lafitau (Mœurs des sauvages amériquains comparées aux mœurs des premiers temps) e di Turgot (Tableau philosophique des progrès successifs de l’esprit humain; Plan de deux discours sur l’histoire universelle); dall’altro, a Diderot (Le rêve de d’Alembert; Supplément au voyage de Bougainville) e a De Pauw (Recherches philosophiques sur les Americains). Nel primo caso, si mette in luce la fisionomia di una storia che si riflette nella geografia solo per ordinarla: le varie civiltà, anche se convivono in un medesimo periodo, altro non sono che manifestazioni di un’unica linea di sviluppo. Nel secondo caso, invece, ci si sofferma sui tratti di una ragione umana che si diversifica infinitamente, in relazione alla storia e alla geografia dei singoli popoli, negando ogni modello o linea direttrice di sviluppo.

Storia e geografia della ragione umana nel ‘700 francese: tempo e spazio tra i selvaggi americani e il terremoto di Lisbona

Matteo Marcheschi
2017-01-01

Abstract

In tale articolo si intende mostrare come la definizione dello spazio (geografico) e del tempo (naturale) interagiscano con la riflessione filosofica illuministica sulla ragione, la sua storicità e le sue tappe di sviluppo. Il saggio chiarisce come nel Settecento francese convivano e spesso si intersechino due paradigmi temporali, che si riflettono vicendevolmente in due distinti paradigmi spaziali. Da un lato, si colloca infatti una concezione della storia – della linea del tempo – unica e pertanto univoca, capace di giustificare una sola storia dell’uomo, teleologicamente indirizzata; dall’altro invece l’unità della linea del tempo viene meno, frammentandosi in rivoli che danno origine a molteplici storie. Se la geografia, nel primo caso, altro non è che il riflesso della storia, nel secondo caso è piuttosto la storia a mutarsi in geografia, nella geografia che si espande non geograficamente ma intellettualmente – non in quantità ma in qualità. Si mostra allora come il passaggio da un livello di storicità all’altro – da una concezione della temporalità all’altra – sia mediato da un evento filosoficamente epocale: il terremoto di Lisbona del 1755, che ridefinisce i criteri stessi della temporalità e della sua pensabilità nella filosofia francese. Al fine di mostrare i tratti e i modelli della concezione della ragione umana e del suo sviluppo storico, si guarda a momenti peculiari della formazione dei due paradigmi: da un lato, alla filosofia di Lafitau (Mœurs des sauvages amériquains comparées aux mœurs des premiers temps) e di Turgot (Tableau philosophique des progrès successifs de l’esprit humain; Plan de deux discours sur l’histoire universelle); dall’altro, a Diderot (Le rêve de d’Alembert; Supplément au voyage de Bougainville) e a De Pauw (Recherches philosophiques sur les Americains). Nel primo caso, si mette in luce la fisionomia di una storia che si riflette nella geografia solo per ordinarla: le varie civiltà, anche se convivono in un medesimo periodo, altro non sono che manifestazioni di un’unica linea di sviluppo. Nel secondo caso, invece, ci si sofferma sui tratti di una ragione umana che si diversifica infinitamente, in relazione alla storia e alla geografia dei singoli popoli, negando ogni modello o linea direttrice di sviluppo.
Marcheschi, Matteo
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11568/1103930
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