Se vogliamo leggere Ernesto de Martino in chiave attualizzante, non è difficile scorgere il tema dell’Apocalisse tornare in grande stile. La crisi ambientale e energetica, la pandemia, le guerre di Ucraina e di Gaza, i rimescolamenti della globalizzazione, la precarietà e liquidità delle forme di vita, l’esaurimento delle utopie, persino una nuova minaccia atomica: tutto questo apre nuove forme di terrore della storia, minaccia la dissoluzione di orizzonti di senso e di domesticità, senza garanzia di catarsi. Senza, soprattutto, che abbiamo a disposizione - meno che mai rispetto ai tempi di de Martino – dispositivi mitico-rituali in grado di farvi fronte. In che modo i prodotti culturali o le pratiche collettive rappresentano la crisi, ne mimano la fenomenologia, e semmai aprono la strada all’ethos del trascendimento? Difficile dirlo, ed è certo ingenuo porsi la domanda in modo così meccanico. Ciò che possiamo semmai riconoscere senza difficoltà è il puntuale richiamo – anche oggi - del “tornare indietro”, il ripresentarsi della nostalgia del sacro, del rapporto diretto con un nume irradiatore di senso. Per quanto ci riguarda più da vicino, questi rischi di una nostalgia del sacro si sono impiantati anche in settori del pensiero antropologico, e della stessa antropologia medica. Nella nostra disciplina non è mai venuto meno un certo fascino primitivista alla Carlos Castaneda, un qualche appello alla saggezza della Tradizione che resterebbe sempre superiore ai vani conati del progresso scientifico e tecnologico. Per cui la nostra vocazione a comprendere criticamente la stessa biomedicina, analizzandone etnograficamente le pratiche, evidenziandone la dimensione sociale e culturale e andando al di là delle sue rappresentazioni “mitologiche” o di senso comune, è stata non di rado confusa con il sostegno a visioni “alternative”, olistiche, persino neomagiche. Una tendenza che si è lasciata scorgere in alcuni tentativi di coinvolgere l’antropologia medica nelle polemiche antivaccinali nel corso della pandemia da Covid-19, e persino nei discorsi sulla “dittatura sanitaria” che hanno significativamente accomunato l’estrema destra e la sinistra antagonista. La lezione demartiniana ci spinge a prendere le distanze da tali tendenze e a ripensare a fondo i fondamenti epistemologici dell'antropologia medica.

Riflessioni sulla crisi: appunti per un'antropologia demartiniana

Fabio Dei
2025-01-01

Abstract

Se vogliamo leggere Ernesto de Martino in chiave attualizzante, non è difficile scorgere il tema dell’Apocalisse tornare in grande stile. La crisi ambientale e energetica, la pandemia, le guerre di Ucraina e di Gaza, i rimescolamenti della globalizzazione, la precarietà e liquidità delle forme di vita, l’esaurimento delle utopie, persino una nuova minaccia atomica: tutto questo apre nuove forme di terrore della storia, minaccia la dissoluzione di orizzonti di senso e di domesticità, senza garanzia di catarsi. Senza, soprattutto, che abbiamo a disposizione - meno che mai rispetto ai tempi di de Martino – dispositivi mitico-rituali in grado di farvi fronte. In che modo i prodotti culturali o le pratiche collettive rappresentano la crisi, ne mimano la fenomenologia, e semmai aprono la strada all’ethos del trascendimento? Difficile dirlo, ed è certo ingenuo porsi la domanda in modo così meccanico. Ciò che possiamo semmai riconoscere senza difficoltà è il puntuale richiamo – anche oggi - del “tornare indietro”, il ripresentarsi della nostalgia del sacro, del rapporto diretto con un nume irradiatore di senso. Per quanto ci riguarda più da vicino, questi rischi di una nostalgia del sacro si sono impiantati anche in settori del pensiero antropologico, e della stessa antropologia medica. Nella nostra disciplina non è mai venuto meno un certo fascino primitivista alla Carlos Castaneda, un qualche appello alla saggezza della Tradizione che resterebbe sempre superiore ai vani conati del progresso scientifico e tecnologico. Per cui la nostra vocazione a comprendere criticamente la stessa biomedicina, analizzandone etnograficamente le pratiche, evidenziandone la dimensione sociale e culturale e andando al di là delle sue rappresentazioni “mitologiche” o di senso comune, è stata non di rado confusa con il sostegno a visioni “alternative”, olistiche, persino neomagiche. Una tendenza che si è lasciata scorgere in alcuni tentativi di coinvolgere l’antropologia medica nelle polemiche antivaccinali nel corso della pandemia da Covid-19, e persino nei discorsi sulla “dittatura sanitaria” che hanno significativamente accomunato l’estrema destra e la sinistra antagonista. La lezione demartiniana ci spinge a prendere le distanze da tali tendenze e a ripensare a fondo i fondamenti epistemologici dell'antropologia medica.
2025
Dei, Fabio
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11568/1320847
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