Per Gilles Deleuze – sia nella prima fase della sua produzione, sia nel corso del sodalizio speculativo e politico con lo psichiatra Félix Guattari –, l’opera di Antonin Artaud non rappresenta soltanto un’ispirazione intellettuale e artistica: il filosofo mette infatti a valore le doti performative del drammaturgo, che incarna a tutti gli effetti uno dei personaggi concettuali della filosofia deleuziana. La teorizzazione dei personaggi concettuali è notoriamente tardiva, frutto dell’ultima danza del duetto Deleuze-Guattari (cfr. Che cos’è la filosofia, 1991), ma ciò non impedisce a Deleuze di allestire una “compagnia” che lo aiuti a sviluppare i suoi concetti, incarnandoli e drammatizzandoli, fin dai primissimi scritti. Il personaggio concettuale Artaud è in questo senso il Caronte del pensiero deleuziano (e guattariano): il suo vissuto e la sua opera sono lo strumento – il “traghetto” – attraverso cui Deleuze mette in scena gli aspetti più irrappresentabili, più inconcepibili della propria filosofia. Artaud è allora una figura liminare, poiché si trova ad abitare e ad attraversare una soglia ordinariamente invalicabile: egli comunica la voragine che scava la sua anima alle anime piene; racconta le sofferenze che trafiggono il suo corpo ai corpi sani; scrive per gli analfabeti – ossia, come spiega Deleuze, «al posto (in vece) degli analfabeti». Artaud mette in parola l’inesprimibile, comunica dal regno dei morti. Le due esperienze “invivibili” di cui il drammaturgo è chiamato da Deleuze a testimoniare sono, per certi versi, speculari: lo smembramento del pensiero prima; la disarticolazione del corpo poi. In Differenza e ripetizione (1968) il tentativo di Artaud di trasmettere a Jacques Rivière le difficoltà incontrate nel mettere in forma i propri pensieri è innalzato da Deleuze a sintomo per eccellenza della genitalità del pensiero – tesi secondo cui pensare non è un’azione innata, ma deve essere generata. L’“acéphalie”di Artaud diviene allora l’occasione di un’esplorazione di quella soglia che separa l’impotenza del pensiero dalla sua ennesima potenza – soglia che si rivela più sottile di quanto previsto. Un anno dopo la comparsa di Differenza e ripetizione, l’interesse di Deleuze per Artaud si focalizza sul tema della corporeità, mutuando questa volta dal drammaturgo l’idea di «corpo senza organi». L’intuizione artaudiana faceva parte di una pièce radiofonica (Per farla finita col giudizio di Dio, 1947) in cui Artaud dichiarava: «il n’y a rien de plus inutile d’un organe». La reinterpretazione deleuziana, abbozzata prima in Logica del senso (1969) e perfezionata poi con la pubblicazione di L’anti-Edipo (1970) e Mille piani (1881), culmina nel programma di una diserzione generalizzata degli organi dalla funzione loro prescritta dalla struttura unitaria del corpo. In questo caso, lo scardinamento messo in atto da Artaud non investe più l’esercizio concorde delle facoltà su cui si fondava il pensiero ordinario, ma la progettazione ordinata dell’organismo. Il bailamme del corpo senza organi sfonda la soglia dell’organico in favore dell’esplorazione di altre modalità di “fare-corpo”, svincolandosi dalle esigenze predeterminate del biologico e rendendosi sensibile alle intensità che producono e attraversano il mondo. L’obiettivo dell’intervento si concretizza dunque nel tentativo di mostrare come Deleuze, mediante la figura di Artaud, indaga le soglie del pensiero e della corporeità, ritrovando, al di là delle colonne d’Ercole, sia la distruzione dei due termini sia uno straordinario serbatoio di forze capaci di far risorgere il pensiero e il corpo in una veste radicalmente nuova.
Oltre il pensiero // oltre il corpo. Sul carontico Artaud di Gilles Deleuze
SARA COCITO
2025-01-01
Abstract
Per Gilles Deleuze – sia nella prima fase della sua produzione, sia nel corso del sodalizio speculativo e politico con lo psichiatra Félix Guattari –, l’opera di Antonin Artaud non rappresenta soltanto un’ispirazione intellettuale e artistica: il filosofo mette infatti a valore le doti performative del drammaturgo, che incarna a tutti gli effetti uno dei personaggi concettuali della filosofia deleuziana. La teorizzazione dei personaggi concettuali è notoriamente tardiva, frutto dell’ultima danza del duetto Deleuze-Guattari (cfr. Che cos’è la filosofia, 1991), ma ciò non impedisce a Deleuze di allestire una “compagnia” che lo aiuti a sviluppare i suoi concetti, incarnandoli e drammatizzandoli, fin dai primissimi scritti. Il personaggio concettuale Artaud è in questo senso il Caronte del pensiero deleuziano (e guattariano): il suo vissuto e la sua opera sono lo strumento – il “traghetto” – attraverso cui Deleuze mette in scena gli aspetti più irrappresentabili, più inconcepibili della propria filosofia. Artaud è allora una figura liminare, poiché si trova ad abitare e ad attraversare una soglia ordinariamente invalicabile: egli comunica la voragine che scava la sua anima alle anime piene; racconta le sofferenze che trafiggono il suo corpo ai corpi sani; scrive per gli analfabeti – ossia, come spiega Deleuze, «al posto (in vece) degli analfabeti». Artaud mette in parola l’inesprimibile, comunica dal regno dei morti. Le due esperienze “invivibili” di cui il drammaturgo è chiamato da Deleuze a testimoniare sono, per certi versi, speculari: lo smembramento del pensiero prima; la disarticolazione del corpo poi. In Differenza e ripetizione (1968) il tentativo di Artaud di trasmettere a Jacques Rivière le difficoltà incontrate nel mettere in forma i propri pensieri è innalzato da Deleuze a sintomo per eccellenza della genitalità del pensiero – tesi secondo cui pensare non è un’azione innata, ma deve essere generata. L’“acéphalie”di Artaud diviene allora l’occasione di un’esplorazione di quella soglia che separa l’impotenza del pensiero dalla sua ennesima potenza – soglia che si rivela più sottile di quanto previsto. Un anno dopo la comparsa di Differenza e ripetizione, l’interesse di Deleuze per Artaud si focalizza sul tema della corporeità, mutuando questa volta dal drammaturgo l’idea di «corpo senza organi». L’intuizione artaudiana faceva parte di una pièce radiofonica (Per farla finita col giudizio di Dio, 1947) in cui Artaud dichiarava: «il n’y a rien de plus inutile d’un organe». La reinterpretazione deleuziana, abbozzata prima in Logica del senso (1969) e perfezionata poi con la pubblicazione di L’anti-Edipo (1970) e Mille piani (1881), culmina nel programma di una diserzione generalizzata degli organi dalla funzione loro prescritta dalla struttura unitaria del corpo. In questo caso, lo scardinamento messo in atto da Artaud non investe più l’esercizio concorde delle facoltà su cui si fondava il pensiero ordinario, ma la progettazione ordinata dell’organismo. Il bailamme del corpo senza organi sfonda la soglia dell’organico in favore dell’esplorazione di altre modalità di “fare-corpo”, svincolandosi dalle esigenze predeterminate del biologico e rendendosi sensibile alle intensità che producono e attraversano il mondo. L’obiettivo dell’intervento si concretizza dunque nel tentativo di mostrare come Deleuze, mediante la figura di Artaud, indaga le soglie del pensiero e della corporeità, ritrovando, al di là delle colonne d’Ercole, sia la distruzione dei due termini sia uno straordinario serbatoio di forze capaci di far risorgere il pensiero e il corpo in una veste radicalmente nuova.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


