Palazzo Te è riconosciuto come un modello unico nell’architettura moderna, un’opera d’arte totale, emanazione di un singolo artista che l’ha integralmente concepita, costruita, decorata e dipinta nella maniera che Pietro Aretino e Giorgio Vasari hanno stimata “anticamente moderna e modernamente antica”. Nelle scelte sintattiche compiute da Giulio Romano, relativamente agli ordini architettonici che ne innervano i prospetti esterni, il codice classicistico sembra però rimesse in discussione. Delle tante invenzioni, in particolare quella del triglifo “scivolato” o “slittato”, come viene perlopiù indicato, la storiografia ha offerto diverse chiavi di lettura, riflesso della vasta e articolata messe di studi condotti sull’opera: soprattutto l’insolita configurazione della trabeazione del cortile, con alcuni triglifi sprofondati nell’architrave, ha evocato, da un lato il tema della rovina, presente o futura, dall’altro un uso libero, disinvolto, a tratti ludico, del linguaggio degli ordini, depotenziato della sua capacità di esprimere una stringente corrispondenza tra scelte sintattiche e genealogie delle forme, comunque espressione di una finalità prevalentemente decorativa. Dopo un’attenta lettura dell’ordine dorico del palazzo, in particolare delle compenti maggiori e minori del costrutto nei prospetti sul cortile, il contributo affronta la controversa questione del rapporto tra forma e oggetto della rappresentazione.

Giulio Romano e la meccanica dell'effetto: il cortile dorico di palazzo Te a Mantova

Bertoncini Sabatini
2025-01-01

Abstract

Palazzo Te è riconosciuto come un modello unico nell’architettura moderna, un’opera d’arte totale, emanazione di un singolo artista che l’ha integralmente concepita, costruita, decorata e dipinta nella maniera che Pietro Aretino e Giorgio Vasari hanno stimata “anticamente moderna e modernamente antica”. Nelle scelte sintattiche compiute da Giulio Romano, relativamente agli ordini architettonici che ne innervano i prospetti esterni, il codice classicistico sembra però rimesse in discussione. Delle tante invenzioni, in particolare quella del triglifo “scivolato” o “slittato”, come viene perlopiù indicato, la storiografia ha offerto diverse chiavi di lettura, riflesso della vasta e articolata messe di studi condotti sull’opera: soprattutto l’insolita configurazione della trabeazione del cortile, con alcuni triglifi sprofondati nell’architrave, ha evocato, da un lato il tema della rovina, presente o futura, dall’altro un uso libero, disinvolto, a tratti ludico, del linguaggio degli ordini, depotenziato della sua capacità di esprimere una stringente corrispondenza tra scelte sintattiche e genealogie delle forme, comunque espressione di una finalità prevalentemente decorativa. Dopo un’attenta lettura dell’ordine dorico del palazzo, in particolare delle compenti maggiori e minori del costrutto nei prospetti sul cortile, il contributo affronta la controversa questione del rapporto tra forma e oggetto della rappresentazione.
2025
Sabatini, Bertoncini
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11568/1345729
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