Le cosiddette 'Honorantiae civitatis Papiae' nel loro nucleo più antico, verosimilmente del sec. X, conservano ancor traccia di proventi dell'amministrazione finanziaria centrale del regno italico che affluivano al palazzo regio della capitale Pavia prima della loro privatizzazione, operata intorno al 989/991 dal tesoriere forestiero Giovanni Filagato, bizantino di Calabria, e tanto deprecata intorno al 1020 dal soppiantato Gisulfo II, figlio e nipote dei precedenti tesorieri pavesi. Si analizza in particolare il dazio sull'importazione pagato dai mercanti forestieri in dieci dogane alpine, condonato per gli effetti personali ai pellegrini diretti a Roma. Per i mercanti anglosassoni, comprensibilmente i più stanchi e insofferenti dei controlli doganali perché venivano da più lontano, un'intesa fra qualche re italico e qualche suo collega dello Wessex (Alfredo il Grande o successori) l'aveva convertito in un pagamento forfettario e pluriennale da parte del re d'Oltremanica, con argento e capi di vestiario al tesoriere, di nuovo argento, armature e due grossi cani al tesoro di Pavia. Svuotatosi di senso il pagamento cumulativo dopo la privatizzazione, il dazio dei mercanti anglosassoni sarebbe stato rinegoziato nel 1027 da Canuto il Grande.

Argento, manufatti e due bei cagnoni: così gli inglesi pagavano il dazio

FASOLA, LIVIA
2011

Abstract

Le cosiddette 'Honorantiae civitatis Papiae' nel loro nucleo più antico, verosimilmente del sec. X, conservano ancor traccia di proventi dell'amministrazione finanziaria centrale del regno italico che affluivano al palazzo regio della capitale Pavia prima della loro privatizzazione, operata intorno al 989/991 dal tesoriere forestiero Giovanni Filagato, bizantino di Calabria, e tanto deprecata intorno al 1020 dal soppiantato Gisulfo II, figlio e nipote dei precedenti tesorieri pavesi. Si analizza in particolare il dazio sull'importazione pagato dai mercanti forestieri in dieci dogane alpine, condonato per gli effetti personali ai pellegrini diretti a Roma. Per i mercanti anglosassoni, comprensibilmente i più stanchi e insofferenti dei controlli doganali perché venivano da più lontano, un'intesa fra qualche re italico e qualche suo collega dello Wessex (Alfredo il Grande o successori) l'aveva convertito in un pagamento forfettario e pluriennale da parte del re d'Oltremanica, con argento e capi di vestiario al tesoriere, di nuovo argento, armature e due grossi cani al tesoro di Pavia. Svuotatosi di senso il pagamento cumulativo dopo la privatizzazione, il dazio dei mercanti anglosassoni sarebbe stato rinegoziato nel 1027 da Canuto il Grande.
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