Il saggio propone un'ampia lettura critica dell'opera pastorale in dialetto siciliano di Giovanni Meli, medico e poeta, figura di spicco nella stagione del riformismo illuminista, letterato noto in Europa e apprezzato anche da Herder e da Goethe. La “Buccolica” (pubblicata in una prima redazione nel 1787 e poi – accresciuta – nel 1814) è forse la sua opera più celebre, e si configura come una raccolta poetica che comprende 18 testi, distribuiti (a parte due sonetti introduttivi) nelle quattro parti intitolate canonicamente alle Stagioni. Adottando questo pattern Meli aveva scelto di guardare alla tradizione classica, certamente, per rifarsi con orgoglio al retaggio del siciliano Teocrito; ma dimostrò di avere assimilato bene anche la più recente lezione di Alexander Pope e di James Thomson. Nella “Buccolica” infatti trovano spazio molti temi filosoficamente cruciali e anche questioni di forte ‘attualità’: in primo luogo un’idea di natura che interpretava Newton – per così dire – dal lato di Epicuro, e non di Platone, cioè rilanciando il concetto lucreziano dell’amore come forza attrattiva, capace di riprodurre in scala, agendo sugli esseri viventi dal più grande al più insignificante, il meccanismo fondamentale dell’universo. Inoltre l’involucro poetico della pastorale si piegava bene a ‘velare’ e a rendere fruibili anche altre argomentazioni di peso: per esempio un’istanza ‘pacifista’ in nome della quale perfino l’autorità di Omero, poeta sovrano, veniva messa in discussione: e questo proprio nel secolo e in un contesto (quello della cultura meridionale) in cui le «favole antiche» del ciclo troiano erano oggetto di una interpretazione allegorico-naturalistica e rivendicate come patrimonio dell’antica sapienza italica. L’obiettivo di Meli, però, è soprattutto quello di scalzare il primato dell’epica (poesia della guerra e della morte) nella scala dei generi illustri, opponendo alla tromba omerica l’umile zampogna di Teocrito, e al paradigma della forza quello della saggezza (Idillio IV, Teocritu: a chiusura de La stati). Estremamente interessante nell’opera poetica di Meli, è infine la prospettiva economica, nella misura in cui l’insistenza sulla necessità di assecondare l’ordine naturale sottende anche un’apologia diffusa delle teorie fisiocratiche. Nell’isola prediletta da Cerere, dove Vulcano aveva forgiato il primo aratro, il riscatto dopo secoli d’inerzia e povertà non poteva venire se non dall’agricoltura, fonte di ogni ricchezza e presupposto di tutte le altre attività produttive, come si legge chiaramente nell’egloga intitolata I monti Erei. Andava infatti in questa direzione anche il tentativo riformista promosso dal viceré Caracciolo, amico e mentore di Meli, sostenitore convinto della necessità di incardinare comunque sull’agricoltura il piano complessivo di interventi di cui la Sicilia aveva disperatamente bisogno.

Una pastorale europea

FEDI, FRANCESCA
2013

Abstract

Il saggio propone un'ampia lettura critica dell'opera pastorale in dialetto siciliano di Giovanni Meli, medico e poeta, figura di spicco nella stagione del riformismo illuminista, letterato noto in Europa e apprezzato anche da Herder e da Goethe. La “Buccolica” (pubblicata in una prima redazione nel 1787 e poi – accresciuta – nel 1814) è forse la sua opera più celebre, e si configura come una raccolta poetica che comprende 18 testi, distribuiti (a parte due sonetti introduttivi) nelle quattro parti intitolate canonicamente alle Stagioni. Adottando questo pattern Meli aveva scelto di guardare alla tradizione classica, certamente, per rifarsi con orgoglio al retaggio del siciliano Teocrito; ma dimostrò di avere assimilato bene anche la più recente lezione di Alexander Pope e di James Thomson. Nella “Buccolica” infatti trovano spazio molti temi filosoficamente cruciali e anche questioni di forte ‘attualità’: in primo luogo un’idea di natura che interpretava Newton – per così dire – dal lato di Epicuro, e non di Platone, cioè rilanciando il concetto lucreziano dell’amore come forza attrattiva, capace di riprodurre in scala, agendo sugli esseri viventi dal più grande al più insignificante, il meccanismo fondamentale dell’universo. Inoltre l’involucro poetico della pastorale si piegava bene a ‘velare’ e a rendere fruibili anche altre argomentazioni di peso: per esempio un’istanza ‘pacifista’ in nome della quale perfino l’autorità di Omero, poeta sovrano, veniva messa in discussione: e questo proprio nel secolo e in un contesto (quello della cultura meridionale) in cui le «favole antiche» del ciclo troiano erano oggetto di una interpretazione allegorico-naturalistica e rivendicate come patrimonio dell’antica sapienza italica. L’obiettivo di Meli, però, è soprattutto quello di scalzare il primato dell’epica (poesia della guerra e della morte) nella scala dei generi illustri, opponendo alla tromba omerica l’umile zampogna di Teocrito, e al paradigma della forza quello della saggezza (Idillio IV, Teocritu: a chiusura de La stati). Estremamente interessante nell’opera poetica di Meli, è infine la prospettiva economica, nella misura in cui l’insistenza sulla necessità di assecondare l’ordine naturale sottende anche un’apologia diffusa delle teorie fisiocratiche. Nell’isola prediletta da Cerere, dove Vulcano aveva forgiato il primo aratro, il riscatto dopo secoli d’inerzia e povertà non poteva venire se non dall’agricoltura, fonte di ogni ricchezza e presupposto di tutte le altre attività produttive, come si legge chiaramente nell’egloga intitolata I monti Erei. Andava infatti in questa direzione anche il tentativo riformista promosso dal viceré Caracciolo, amico e mentore di Meli, sostenitore convinto della necessità di incardinare comunque sull’agricoltura il piano complessivo di interventi di cui la Sicilia aveva disperatamente bisogno.
Fedi, Francesca
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