Negli ultimi decenni il cosiddetto "villaggio globale" è stato caratterizzato da un'impetuosa accelerazione dei mutamenti storici e sociali. In particolare le frontiere fra culture un tempo distanti sono diventate via via sempre più permeabili. Non di rado, tuttavia, l'incontro con l'altro, da occasione di conoscenza, scambio e feconda contaminazione reciproca, si trasforma in incomprensione, rifiuto, violenta contrapposizione. La possibilità di pacifica convivenza fra identità diverse, sulla base della costruzione di un linguaggio comune, si gioca soprattutto sul terreno di un modello educativo profondamente ripensato che, senza appiattire le differenze, raccolga consapevolmente la sfida di un nuovo cosmopolitismo. Da questo punto di vista appare preziosa e imprescindibile una decisa rivalutazione degli studi umanistici che, strappandoli a un destino apparentemente già segnato di polverose reliquie ormai inutilizzabili e destinate all'oblio (e il progressivo restringimento dello spazio loro riservato nei curricoli scolastici rappresenta un sintomo evidente della crisi che li affligge), ne riscopra il senso più autentico, di esercizio critico e profondamente antidogmatico. In questo particolare contesto, si propone l'analisi dei contributi di Martha C. Nussbaum (Cultivating Humanity. A Classical Defense of Reform in Liberal Education, 1997; Not for Profit. Why Democracy Needs the Humanities, 2010) e di Edward W. Said (Humanism and Democratic Criticism, 2004) come base di partenza per una riflessione più ampia sul ruolo che ancora oggi la cultura classica può giocare nell'edificazione di un nuovo modello di cittadinanza globale in grado di aprirsi positivamente alle richieste ineludibili della modernità e al rapporto con il diverso da sé, allo stesso tempo evitando di smarrire la consapevolezza del proprio passato.

Humanitas: modelli antichi per l'educazione del cittadino cosmopolita

BONINU, LORENZA
2015

Abstract

Negli ultimi decenni il cosiddetto "villaggio globale" è stato caratterizzato da un'impetuosa accelerazione dei mutamenti storici e sociali. In particolare le frontiere fra culture un tempo distanti sono diventate via via sempre più permeabili. Non di rado, tuttavia, l'incontro con l'altro, da occasione di conoscenza, scambio e feconda contaminazione reciproca, si trasforma in incomprensione, rifiuto, violenta contrapposizione. La possibilità di pacifica convivenza fra identità diverse, sulla base della costruzione di un linguaggio comune, si gioca soprattutto sul terreno di un modello educativo profondamente ripensato che, senza appiattire le differenze, raccolga consapevolmente la sfida di un nuovo cosmopolitismo. Da questo punto di vista appare preziosa e imprescindibile una decisa rivalutazione degli studi umanistici che, strappandoli a un destino apparentemente già segnato di polverose reliquie ormai inutilizzabili e destinate all'oblio (e il progressivo restringimento dello spazio loro riservato nei curricoli scolastici rappresenta un sintomo evidente della crisi che li affligge), ne riscopra il senso più autentico, di esercizio critico e profondamente antidogmatico. In questo particolare contesto, si propone l'analisi dei contributi di Martha C. Nussbaum (Cultivating Humanity. A Classical Defense of Reform in Liberal Education, 1997; Not for Profit. Why Democracy Needs the Humanities, 2010) e di Edward W. Said (Humanism and Democratic Criticism, 2004) come base di partenza per una riflessione più ampia sul ruolo che ancora oggi la cultura classica può giocare nell'edificazione di un nuovo modello di cittadinanza globale in grado di aprirsi positivamente alle richieste ineludibili della modernità e al rapporto con il diverso da sé, allo stesso tempo evitando di smarrire la consapevolezza del proprio passato.
Boninu, Lorenza
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