Il presente contributo muove dalla partecipazione diretta alle attività del Polo Universitario Penitenziario della Toscana in qualità di docente e di tutor didattico nel corso degli ultimi sette anni (2009-2016). Un’esperienza che ha favorito l’osservazione di lungo periodo di alcune dinamiche penitenziarie, completata dai colloqui informali con le persone detenute impegnate in percorsi di formazione universitaria, dall’ascolto delle loro storie di vita, dalle interazioni con il personale dell’area educativa, con gli agenti di polizia penitenziaria, con i volontari. Si tratta del primo step di una ricerca più ampia che propone una riflessione critica sui significati e sul valore dell’alta formazione in carcere, un luogo all’interno del quale il senso faticosamente attribuito dai soggetti alla loro esperienza formativa si scontra, sovente, con il non senso dell’istituzione totale. Da qui una serie di interrogativi sulla pena, sui significati della pena, sulle domande che il carcere pone alla società nel suo insieme, sulla capacità delle nostre comunità – anche attraverso il prezioso contributo del servizio sociale – di costruire ponti tra il dentro e il fuori per un’autentica inclusione sociale (Allman, 2013). Sono questioni complesse – che per molti aspetti hanno attraversato la quarantennale storia dell’ordinamento penitenziario italiano, nonché le riforme del welfare state e del penal-welfare system – e che sono state di recente poste al centro del dibattito sulla trasformazione del sistema penitenziario nel quadro dei lavori degli Stati Generali sull’esecuzione penale . Un simile percorso di ricerca intende richiamare la necessità di un radicale cambiamento culturale, ancor prima che normativo, che porti ad una nuova cultura sociale della pena (Manconi & Torrente, 2015; Mosconi, 1998; Pavarini, 1994). In questa direzione, sarebbe auspicabile un rinnovato ruolo del servizio sociale e, in particolare, di un servizio sociale di comunità (Allegri, 2013, 2015) capace di eludere le rischiose derive tecnocratiche e managerialiste (Dal Pra Ponticelli, 2010; Facchini, 2010; Facchini & Ruggeri, 2012; Fazzi, 2010; Ferguson, 2007). Un’esigenza ancora più sentita in un periodo in cui proprio le professioni di aiuto sembrano subire gli effetti più devastanti della crisi e del debito pubblico, scontando un deficit di riconoscimento istituzionale al quale spesso si accompagnano paralleli processi di burocratizzazione, proletarizzazione e precarizzazione delle professioni sociali.

Interazioni comunitarie tra il dentro e il fuori

PASTORE, GERARDO
2016

Abstract

Il presente contributo muove dalla partecipazione diretta alle attività del Polo Universitario Penitenziario della Toscana in qualità di docente e di tutor didattico nel corso degli ultimi sette anni (2009-2016). Un’esperienza che ha favorito l’osservazione di lungo periodo di alcune dinamiche penitenziarie, completata dai colloqui informali con le persone detenute impegnate in percorsi di formazione universitaria, dall’ascolto delle loro storie di vita, dalle interazioni con il personale dell’area educativa, con gli agenti di polizia penitenziaria, con i volontari. Si tratta del primo step di una ricerca più ampia che propone una riflessione critica sui significati e sul valore dell’alta formazione in carcere, un luogo all’interno del quale il senso faticosamente attribuito dai soggetti alla loro esperienza formativa si scontra, sovente, con il non senso dell’istituzione totale. Da qui una serie di interrogativi sulla pena, sui significati della pena, sulle domande che il carcere pone alla società nel suo insieme, sulla capacità delle nostre comunità – anche attraverso il prezioso contributo del servizio sociale – di costruire ponti tra il dentro e il fuori per un’autentica inclusione sociale (Allman, 2013). Sono questioni complesse – che per molti aspetti hanno attraversato la quarantennale storia dell’ordinamento penitenziario italiano, nonché le riforme del welfare state e del penal-welfare system – e che sono state di recente poste al centro del dibattito sulla trasformazione del sistema penitenziario nel quadro dei lavori degli Stati Generali sull’esecuzione penale . Un simile percorso di ricerca intende richiamare la necessità di un radicale cambiamento culturale, ancor prima che normativo, che porti ad una nuova cultura sociale della pena (Manconi & Torrente, 2015; Mosconi, 1998; Pavarini, 1994). In questa direzione, sarebbe auspicabile un rinnovato ruolo del servizio sociale e, in particolare, di un servizio sociale di comunità (Allegri, 2013, 2015) capace di eludere le rischiose derive tecnocratiche e managerialiste (Dal Pra Ponticelli, 2010; Facchini, 2010; Facchini & Ruggeri, 2012; Fazzi, 2010; Ferguson, 2007). Un’esigenza ancora più sentita in un periodo in cui proprio le professioni di aiuto sembrano subire gli effetti più devastanti della crisi e del debito pubblico, scontando un deficit di riconoscimento istituzionale al quale spesso si accompagnano paralleli processi di burocratizzazione, proletarizzazione e precarizzazione delle professioni sociali.
Pastore, Gerardo
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11568/825062
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