Il tema della co-scienza, già affiorante nella platonica Apologia di Socrate, si precisa nel Simposio e nell’Alcibiade in due descrizioni della relazione fra Socrate e Alcibiade, che sembrano rimandare l’una all’altra in un gioco di affinità e contrasti. Nel Simposio la consapevolezza che il soggetto (Alcibiade) raggiunge di sè “con se stesso” è indotta passivamente dallo sguardo/giudizio dell’altro (Socrate), ed è conseguentemente presentata come effimera. Nell’Alcibiade Socrate configura invece un rapporto più attivo, che passa per uno sguardo reciproco fra anime, sì che la con-sapevolezza del soggetto di se stesso sia raggiunta con l’altro. Che questo dialogo si concluda con la promessa di Alcibiade di «prendersi cura» (epimeleisthai) da allora in poi della giustizia (135e) corrisponde certo a un wishful thinking di chi scrive, che ben sa che le cose sono andate con lui ben diversamente. Ma possiamo forse cogliere in questo accenno finale un senso di fiducia che l’approccio dialogico alla conoscenza e cura dell’anima configurato in questo dialogo sia virtualmente più efficace di una serie di discorsi ammaliatori, per instillare autoconsapevolezza in anime passionali come quella di Alcibiade.

Con Alcibiade: l’emergere del tema socratico della coscienza nel Simposio e nell’Alcibiade primo

SASSI, MARIA MICHELA
2016-01-01

Abstract

Il tema della co-scienza, già affiorante nella platonica Apologia di Socrate, si precisa nel Simposio e nell’Alcibiade in due descrizioni della relazione fra Socrate e Alcibiade, che sembrano rimandare l’una all’altra in un gioco di affinità e contrasti. Nel Simposio la consapevolezza che il soggetto (Alcibiade) raggiunge di sè “con se stesso” è indotta passivamente dallo sguardo/giudizio dell’altro (Socrate), ed è conseguentemente presentata come effimera. Nell’Alcibiade Socrate configura invece un rapporto più attivo, che passa per uno sguardo reciproco fra anime, sì che la con-sapevolezza del soggetto di se stesso sia raggiunta con l’altro. Che questo dialogo si concluda con la promessa di Alcibiade di «prendersi cura» (epimeleisthai) da allora in poi della giustizia (135e) corrisponde certo a un wishful thinking di chi scrive, che ben sa che le cose sono andate con lui ben diversamente. Ma possiamo forse cogliere in questo accenno finale un senso di fiducia che l’approccio dialogico alla conoscenza e cura dell’anima configurato in questo dialogo sia virtualmente più efficace di una serie di discorsi ammaliatori, per instillare autoconsapevolezza in anime passionali come quella di Alcibiade.
Sassi, MARIA MICHELA
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